Milano lancia la moda del congelamento stipendi, Brindisi la segue: è una mossa anti-sportiva?

Il campionato di Serie A 2012/13 passerà alla storia anche per la moda recente di congelare gli stipendi quando i risultati non arrivano. La prima non poteva che essere l’Olimpia Milano che, pur di non guardare in faccia alla realtà ed affrontare i problemi, cambiando innanzitutto una guida tecnica fallimentare, è disposta a ricorrere a soluzioni poco ortodosse. A ruota l’ha seguita l’Enel Brindisi che, reduce da sei sconfitte consecutive a causa delle quali è svanito il sogno playoff, ha deciso di punire i propri giocatori con la sospensione dei pagamenti.

Oltre che dalle batoste subite recentemente in campionato, i due provvedimenti sono scaturiti da un altro fattore comune: la contestazione da parte dell’ambiente. Più forte quella dei biancorossi, delusi ed arrabbiati per una stagione in cui Milano era partita con l’obiettivo di vincere tutto, ritrovandosi subito fuori dall’Eurolega, eliminata al primo turno in Coppa Italia e lontana dai vertici della classifica; più pacata quella dei biancoblu, che comunque si sono tolti grandi soddisfazioni, partecipando alle Final Eight da neo-promossi, nonostante il black out che ha colpito la squadra nell’ultimo mese e mezzo. Alla luce di questa decisione, gli appassionati della palla a spicchi si sono posti principalmente due domande: è legale congelare gli stipendi? Che effetti può produrre? 

Andiamo con ordine e proviamo a rispondere alla prima: essendo un rapporto di lavoro quello tra i giocatori e le società, quest’ultime sono obbligate a retribuire le prestazioni professionali e nei contratti non è prevista una sanzione per scarso rendimento. Allora Milano e Brindisi rischiano di incorrere in penalizzazioni? Assolutamente no, perché il congelamento degli stipendi non è altro che il blocco dei diritti d’immagine, che verranno comunque corrisposti entro la fine della stagione, mentre gli stipendi continuano ad essere pagati regolarmente. Insomma, i provvedimenti presi dalle due società non sono altro che dei gesti simbolici per tenere buono l’ambiente e per provare a spronare la squadra. 

Passiamo agli effetti, che possono essere sostanzialmente due: o i giocatori si sentono colpiti nell’orgoglio e decidono di dare il 101% in campo, oppure decidono di remare contro lo staff e la società. A Milano è andata bene, perché la squadra ha risposto al provvedimento andando a vincere a Sassari, non proprio un campo dal quale è facile uscire con i due punti.

Tutto ciò, però, a nostro avviso va contro i principi dello sport: da che mondo è mondo, una società deve saper accettare le sconfitte, in quanto fanno parte del gioco, e anziché ricorrere a questo finto pugno duro nei confronti dei giocatori, dovrebbe interrogarsi, capire i propri errori e cercare di farne tesoro per migliorare. 

FOTO: Antonis Fotsis // www.milanotopnews.it