Milano – Pistoia, una serie che mina molte certezze milanesi

Con la vittoria in Gara-5, Milano si qualifica per la semifinale (al meglio delle 7 partite, contro Sassari), ma la serie con Pistoia ha messo in luce problemi abbastanza evidenti per la squadra allenata da coach Banchi. Tuttavia, oltre ad aspetti negativi, i tifosi milanesi hanno potuto apprezzare anche situazioni positive, specialmente nelle partite giocate al Forum. Andiamo a vedere insieme pro e contro di una serie che comunque ha fatto saltare ogni pronostico, poiché nessuno si sarebbe mai azzardato di dire che Pistoia avrebbe vinto entrambe le gare casalinghe.

PRO:

1) FINALMENTE HACKETT. In questi Playoff finalmente abbiamo rivisto l’Hackett devastante della scorsa stagione a Siena: penetrazioni come marchio di fabbrica, assist a coinvolgere i compagni nei momenti clou, percentuali importanti dal campo e recuperi difensivi che hanno sempre contraddistinto. Sebbene in Gara-4 sia stato un’ombra in campo per 18 minuti (chiudendo con 3 punti e 3 rimbalzi), nelle altre partite ha giocato al meglio, da quando veste la casacca biancorossa. Giusto per non farci mancare le statistiche, il numero 12 dell’Olimpia chiude la serie contro i toscani a 12.4 punti di media (61% da 2 e 57% da 3), 2.6 rimbalzi e 2.4 assist, risultando decisivo nella partita più importante con 20 punti e 4 assist. Sembra che questi Playoff abbiano dato nuova linfa a un giocatore che sembrava essersi un po’ smarrito nella concorrenza con Gentile e Langford, ma su cui Milano doveva, per forza di cose, continuare a puntare. Manca ancora quel gioco in post classico dell’esperienza senese, anche se si è intravista di nuovo la sua abilità nel cambiare passo e penetrare per concludere col solito sottomano, oltre a qualche buono spunto prendendo la linea di fondo contro giocatori meno fisici di lui. In ottica semifinale, è chiaro che Hackett dovrà sfruttare i mismatch sistematici che avrà con Travis Diener e Marques Green, e proprio questa dovrà essere una chiave importante, ben preparata dallo staff milanese.
2) BRUNO CERELLA (CON LA “S). Ve la butto lì: è un caso che Milano abbia perso proprio le due partite in cui Cerella non ha nemmeno visto il campo, se non nel finale inutile di Gara-3? Secondo me no. L’ex Varese si è dimostrato un ago della bilancia fin troppo importante per prescinderne, e continuo a non capire la scelta di Banchi di non dargli spazio nelle due trasferte consecutive in Toscana. Chiude con 6 recuperi in 3 partite (44′ di gioco totali), svolgendo un ruolo fondamentale nell’ultima vittoria milanese con 2 triple pesanti quanto un macigno, di cui una presa letteralmente senza ritmo. Quello che colpisce di più, però, è la sua naturale leadership in difesa, dove si fa valere come un mastino pronto a difendere fino all’ultimo secondo. La “garra” argentina, poi, è da primo della classe, e vedere come riesce ad arringare il pubblico del Forum è chiara espressione di quanto Cerella sia il collante di questa squadra. L’operaio, che diventa presidente per acclamazione popolare.
3) PERCENTUALI DA 3 PUNTI. Credo sia assodato che l’EA7 Emporio Armani Milano vive del tiro da 3 punti, ma il 39.8% è una percentuale che ripaga bene il gioco milanese: solo Siena (40.2%) tira meglio di Milano dalla lunga distanza in questi Playoff, finora. Occhio, però, a non pensare che sia tutto rose e fiori, perché se analizziamo le 5 partite della serie contro Pistoia notiamo una discontinuità che deve far riflettere lo staff milanese. Tralasciando Gara-1, dove l’Olimpia ha tirato col 21.7% da 3 punti ma ha comunque vinto, si nota che i biancorossi vincono solo se tirano con percentuali superiori al 38% (in Gara-2 al 59%, in Gara-5 al 55%), mentre nelle sconfitte sono arrivate percentuali non certo esaltanti (30.8% in Gara-3 e 36.5% in Gara-4). Ora, è chiaro che, con tutti i tiratori di cui dispone Milano, non sfruttare il gioco perimetrale e il tiro dalla lunga distanza sarebbe un delitto, ma questo significa anche che la squadra di Banchi trova poche soluzioni offensive dai suoi centri, specialmente viste le prestazioni negative di Lawal.

CONTRO:

1) FATTORE LAWAL. In ottica Sassari, un altro giocatore su cui Milano deve puntare, e bene, è l’ex centro di Roma, che sembra però essere finito ai margini delle rotazioni di coach Banchi, non riuscendo a farsi trovare pronto quelle poche volte in cui è stato chiamato in causa. 35 minuti giocati in 5 partite sono davvero pochissimi, se si considera che 17 di questi sono arrivati in Gara-4. Premesso che il coach dell’EA7 non ama i centri verticali, ma predilige giocatori capaci di aprire il campo allontanandosi da canestro grazie a un tiro affidabile dalla media, e capaci anche di giocare il pick&pop, c’è da dire che Lawal non sta facendo granché per mescolare le carte, proprio nel momento in cui Samardo Samuels risulta uno dei migliori in casa biancorossa. Eppure, Milano ha bisogno di tutto l’atletismo e il dinamismo del centro, viste anche le condizioni di Melli, alle prese con qualche piccolo acciacco. Fronteggiare Gordon non sarà facile, ma senza la presenza, soprattutto mentale, di Lawal, sarà quasi impossibile.
2) UN ATTACCO TROPPO STATICO. Possiamo dire che, a oggi, l’Olimpia non ha ancora trovato un’identità offensiva precisa, cui affidarsi nei momenti importanti del match. Il “palla e Langford e isolamento 1vs5” non funziona più come prima, visto che la guardia americana ha portato avanti la carretta per tutta la stagione, e sembra ancora risentire dell’infortunio patito mesi fa; se poi ci aggiungiamo che non gioca completamente con la testa libera, viste le continue voci di mercato che lo vogliono in Turchia il prossimo anno, allora abbiamo un quadro completo della situazione. In questo, un ruolo fondamentale è svolto da Gentile, ma il capitano deve essere meno incostante per sopperire a un attacco statico quando Hackett è in panchina o in giornata no e Langford non segna i suoi, ormai consueti, 20 punti: proprio il figlio di Nando dovrà prendersi la briga di attaccare Drake Diener, sfruttando un fisico che nessuna guardia ha, almeno in Europa. Altra piccola considerazione, sono le triple prese dal palleggio da Jerrells: ok, possono spaccare le partite in due, come successo tante volte durante la stagione regolare, ma quando non entrano non serve insistere e buttare via possessi offensivi quando mancano 15-20 secondi allo scadere dell’azione.
3) ATTACCARE LA ZONA AVVERSARIA. Milano non ci riesce proprio, va in confusione anche con una banale zona 3-2: non me ne voglia coach Moretti, ma non mi sembra che la zona approntata sia un’invenzione di rara bellezza ed efficacia. Secondo me, è la fase offensiva milanese che proprio non trova soluzioni quando la difesa a zona avversaria copre bene il perimetro, specialmente gli angoli in cui Moss e Kangur possono risultare letali. Il fatto è che questa difficoltà non è una novità di questi Playoff, poiché già in stagione regolare (e in Eurolega) si erano avute avvisaglie sull’incapacità milanese di uscire da questa situazione. Inoltre, proprio quando gli avversari difendono a zona, Milano cala d’intensità anche mentalmente, concedendo parziali importanti (come successo in Gara-3 e Gara-4 nella serie contro Pistoia). Bisogna lavorare molto su questo aspetto, perché se si va in crisi con gli esterni serve un centro che obblighi gli avversari a raddoppiarlo, permettendo così di giocare in superiorità numerica sul perimetro con qualche scarico negli angoli su un ritardo nel riposizionamento della difesa. Samuels riesce a giostrare bene in questa situazione, non sempre si può giocare confidando in una prestazione super da parte di un solo centro.