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Noi due nel mondo e nell’anima – Gentile e l’amore per Milano

Quando si parla di Alessandro Gentile si parte sempre da preconcetti negativi che impediscono di esaminare con dovizia di particolari uno dei talenti italiani più cristallini degli ultimi 20 anni. Milano gioca meglio senza Gentile. Il Capitano dell’Olimpia è un giocatore egoista e troppo accentratore. Gentile non è il giocatore giusto al posto giusto. Queste sono solo alcune delle citazioni che si sprecano tra carta stampata e social network non appena Milano commette un passo falso. Nel cercare di dare una mia personalissima opinione sulla questione, prenderò spunto dal 1972, più precisamente dal testo de “Noi due nel mondo e nell’anima”, singolo dei Pooh che rivoluzionò la musica italiana per l’introduzione di uno dei primi sintetizzatori (il “Minimoog”).

[…] E io dovrei comprendere, se tu da un po’ non mi vuoi; non avrei mai capito te ma da capire cosa c’è […] – Il rapporto tra una frangia della tifoseria milanese e il proprio capitano non è idilliaco e, forse, non lo è mai stato. Quando Gentile è assente, Milano gioca inevitabilmente meglio: è questo l’assunto da cui parte degli affezionati biancorossi (e non parlo di tifo organizzato) inizia a prendere posizione per arrivare a sostenere che l’Olimpia soffre la presenza ingombrante di un giocatore come Alessandro. Follia? Non saprei dirlo. Sicuramente c’è tanta ingratitudine per un giocatore che ha avuto un ruolo fondamentale nello Scudetto dell’era Banchi e che l’anno scorso è andato così vicino al ribaltare una Serie Playoff contro Sassari da far piangere mezzo Forum e da scusarsi per aver fallito. Scuse superflue, da parte di un giocatore che è stato l’ultimo a mollare e il primo a piangere per un’eliminazione che ancora oggi, dalle parti del Forum, scotta assai. Il fatto è che dopo quella Serie, in Gentile è stato spesso individuato il capro espiatorio delle colpe di una realtà che ha fallito spesso; la vittoria in Coppa Italia di una settimana fa, peraltro, può essere letta proprio a supporto di questa “caccia alla strega” poiché Gentile non ha messo piede in campo nemmeno per un secondo della kermesse nazionale. Secondo questa corrente, nata come minoritaria ma che pian piano sta facendo negativamente breccia nei cuori di vari appassionati, il capitano milanese non avrebbe mai capito lo spirito che si cela dietro una maglia tanto bella quanto pesante. Eppure quale sarebbe questo spirito? L’onorare i colori? L’essere bandiera anche fuori dal campo? Lo sputare sangue di petersoniana memoria? Vorrei capirlo anche io, giusto per riuscire ad avere una visione d’insieme di una situazione che sta diventando sempre più assurda.

[…] E io dovrei ma spiegami, contro di me che cos’hai; come se io non fossi io […] – Questa parte di pubblico, realmente, cos’ha contro Gentile? Io sono il primo a “criticare” il giocatore quando egli non rende come saprebbe (e potrebbe) fare, ma qui siamo oltre; qui siamo al livello di un odio sportivo in quella che dovrebbe essere una stessa, grande, famiglia. “Eh ma Gentile fa serata al The Club, non avendo un atteggiamento da professionista”: ma sti cazzi, direbbe De Sica, perché lato sportivo e vita privata sono cose da tenere distinte finché le prestazioni sul parquet non risentono di una condotta di vita trasandata, da buon poeta maledetto insomma. Milano ha uno dei più grandi talenti europei (a mio parere il primo, per rapporto tra talento + cazzimma ed età), eppure non riesce a comprenderlo, facendo paragoni con un Gallinari che aveva un carattere diverso e che subiva pressioni socio-mediatiche completamente differenti rispetto a quelle cui è soggetto Gentile. Come se Gentile non fosse Gentile; come se gli si chiedesse di essere altro da sé, di essere un giocatore diverso, di continuare a bruciare le tappe per raggiungere una maturazione che lo trasformi in un perno della Nazionale forse ancor più importante di quanto non lo siano gli NBAers.

[…] Son quello che nel silenzio fu felice di aspettare che il tuo gioco diventasse amore, che una donna diventassi tu […] – Già, scelta di cuore quella di restare a Milano per provare a riportare lo Scudetto all’ombra della Madonnina prima di tentare di coronare un sogno, neanche poi troppo velato, a stelle e strisce. Ma nell’esperienza milanese non è stato sempre tutto rose e fiori, come del resto non lo è nemmeno ora: la convivenza con Langford, il peso di dover mandare avanti la baracca anche quando tutto sembrava ormai irrimediabilmente compromesso, gli infortuni, le critiche per la maggior parte insensate, le lacrime e gli sfoghi, l’esser bollato come pecora nera e l’incapacità di trasformare le malelingue in motivazioni extra per diventare “il” fenomeno e mettere tutti a tacere, me compreso. E, con il rientro ormai prossimo, vi sarà anche la potenzialmente problematica convivenza in un quintetto con Rakim Sanders, giocatore simile per caratteristiche tecnico-atletiche. Eppure Gentile è rimasto un altro anno (almeno) per aspettare che l’Olimpia facesse il decisivo salto di qualità, sia a livello di consapevolezza dei propri mezzi, sia a livello di vittorie e trofei portati a casa. Milano sembra aver risposto bene, con la conquista della Coppa Italia dopo un inizio di stagione altalenante e con innesti di rilievo che la proiettano al ruolo di favorita per la conquista dello Scudetto. Scudetto in cui Gentile vuole recitare un ruolo preciso, con la certezza di attirarsi le critiche se Milano dovesse trovare difficoltà in un cammino che i più pronosticano come tutto in discesa verso la meta.

[…] Noi due nel mondo e nell’anima, la verità siamo noi; basta così e guardami chi sono io tu lo sai […] – Gentile e Milano si sono cercati e voluti a vicenda; Gentile e Milano rappresentano un connubio diverso rispetto al mondo cestistico italiano, dove ogni stagione si finisce per rivoluzionare roster e organigrammi societari e non si ha il tempo materiale per costruire un ciclo umano, prima che sportivo. Gentile è quel giocatore che mostrò lo Scudetto cucito sul petto dopo una rimonta incredibile che portò Milano a Gara-7 contro Sassari e poi si sciolse in un pianto per non aver completato un’opera che sarebbe passata alla storia. Milano sa chi è Gentile e sa cosa egli possa apportare alla causa: non è un giocatore che pensa unicamente a sé, altrimenti non sarebbe rimasto a Milano ma avrebbe firmato per il Barça, e non è nemmeno un giocatore che mette in difficoltà i compagni. A volte, verosimilmente, si prende responsabilità che potrebbe lasciare ai compagni, ma probabilmente questa voglia deriva da annate in cui a Milano di giocatori con gli attributi ce n’erano pochini; sicuramente dovrà imparare a non fermare troppo la palla se vorrà giocare in un quintetto con Sanders (con Simon a fare il 6° uomo, come peraltro accadeva a inizio anno) e Kalnietis. Eppure stiamo parlando di un giocatore che è in grado di cambiare una Serie Playoff unicamente grazie al suo talento e di far infiammare un pubblico che, ancora oggi, si divide tra accaniti sostenitori e fervidi detrattori. La verità? Sta tutta nel connubio Milano-Gentile, destinato a riportare a casa uno Scudetto prima di salutarsi definitivamente. Dovesse succedere, magari con un Gentile MVP delle Finali, cosa direbbero i detrattori del giocatore?