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Quando un progetto crolla: l’annus horribilis di Varese

Credit to: www.varesesport.com

I due mesi e mezzo che ancora separano la Serie A dal termine della regular season allontanano, almeno nel tempo, un giudizio troppo pesante sull’operato della Pallacanestro Varese. Può essere però tracciato un primo bilancio, deludente, di quella che è stata finora la stagione dei biancorossi. Bilancio che fra qualche giornata potrebbe, nella peggiore delle ipotesi, divenire disastroso. Anche perché dei successi ottenuti nella Fiba Europe Cup i tifosi biancorossi non saprebbero cosa farsene nel caso le prossime tre uscite in campionato non andassero come previsto. Dopo la sosta per le Final Eight, Varese sarà attesa dagli scontri diretti in trasferta contro Torino e Bologna, intervallati dalla sfida casalinga con la Dolomiti Energia di coach Buscaglia. Un mese darà più o meno consistenza all’ipotesi retrocessione di una squadra che si presentava ai nastri di partenza del campionato di certo con ben altri obiettivi, supportati da un budget lontano da quello di una Capo d’Orlando che, con il blitz di domenica scorsa al PalaWhirlpool, ha reso ancora più nebulosa la situazione in casa biancorossa.

Come normale che sia, le difficoltà incontrate dall’Openjobmetis partono da lontano e possono essere (quasi) equamente distribuite. Arrigoni e Moretti di certo non possono dormire sonni tranquilli. Ci sono errori che rientrano nel fattore di rischio comune ad un general manager o a chiunque per lavoro debba scegliere dei profili per riuscire a far funzionare un progetto. Ritrovarsi a dover intervenire in ogni reparto, con molti ripensamenti nel giro di pochi mesi e con diversi interrogativi anche sull’idea tecnica di fondo, equivale, invece, ad una chiara bocciatura.

Partiamo dalle scelte estive. Varese ha messo sul piatto troppe scommesse per quello che era il budget a disposizione, aumentato a dismisura per i correttivi portati nel corso del campionato; quasi come se il gusto di scoprire un diamante nascosto o di potersi definire un fenomeno del mercato valesse più dell’effettiva solidità della squadra. In una lega dal livello medio basso, con cinque team che percorrono quel confine sottile che li separa dal baratro di una retrocessione dolorosa, la leggerezza nella costruzione del roster lombardo appare come un peccato di certo non veniale.

“Non abbiamo bisogno di un playmaker vecchio stampo. Forse, però, sì. Anzi, contrordine, torniamo alla nostra prima idea”. In casa Varese è la confusione generale a spaventare, più degli errori nella valutazione dei giocatori. La scelta di affidare in partenza la cabina di regia a Wayns e Varanauskas poteva essere definita come azzardata fin dall’estate. Wayns è un buon giocatore ma non è un playmaker. Non ne possiede le caratteristiche. Lungi da noi, però, voler far tornare in auge Mike D’Antoni e simili, vista anche la crisi tecnica ed economica. Nel 2016, l’ex Sixers può interpretare bene il ruolo dell’uomo che porta palla oltre il centrocampo ed apre l’azione offensiva dei suoi.

Un acquisto come quello di Wayns, però, è condizionante nella costruzione del roster. L’esterno di Philadelphia necessita di poter essere un’opzione finale del gioco, interpretando il ruolo di quello che sa sfruttare i vantaggi, piuttosto che crearli. Ed è su questo punto che sono iniziati gli equivoci in casa Openjobmetis e i dubbi sulla reale idea tecnica del duo Arrigoni – Moretti. Avere sul parquet il trio Wayns – Galloway – Thompson (al di là dell’effettiva resa dei tre) rendeva monodimensionale l’attacco varesino, privo di un uomo che potesse mettere palla a terra, guardare al compagno più che alle proprie possibilità di tiro e riuscire a far quadrare il cerchio. Anche perché la panchina non offriva molte opzioni in tal senso. Varanauskas è stata una scommessa inutile da parte di Arrigoni, troppo rischiosa per quelli che potevano essere gli eventuali benefici e per quello che il contesto di squadra richiedeva. Cavaliero col passare degli anni si è trasformato in una onesta guardia tiratrice, mentre probabilmente Shepherd, mandato in prigione senza passare dal via, avrebbe con un po’ di pazienza potuto rappresentare il danno minore (ma dell’ala di Pesaro torneremo a parlare più avanti).

Non è un caso che l’idea di intervenire sul mercato per portare alla corte di Moretti un playmaker sia stata manifesta sin dal termine del precampionato. L’infortunio occorso a Wayns ha da un lato salvato i biancorossi che hanno affidato, temporaneamente, le chiavi del proprio gioco ad un Roko Ukic che, sebbene non spinto dall’ardore agonistico di un tempo, per qualche giornata ha fatto sì che gli ingranaggi lombardi girassero (anche se a rilento), prima di alzare bandiera bianca ancor prima del termine per esercitare l’opzione di uscita dal contratto. Il croato non deve averci visto chiaro (e come dargli torto) e deve aver fiutato che in giro c’era un bel contratto ad aspettarlo (e come dargli torto – parte seconda).

Che sia chiaro, un innesto non può risolvere i problemi di una squadra carente sotto diversi aspetti, ma di certo migliorarne alcuni aspetti e “pulire” un po’ il gioco. Certo, Varese con l’ex Raptors non era diventata il Dream Team, ma sembrava quantomeno poter aver dei margini di crescita. I due mesi passati dall’addio del croato alla scelta del suo sostituto si iscrivono anche loro alla lista dei peccati non veniali commessi dall’Openjobmetis. Se il mercato non sempre offre quello che occorre, è vero anche che i biancorossi non avevano ancora accantonato l’idea che il reparto esterni potesse funzionare così come immaginato in estate. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Sostituire il mai pervenuto Thompson (che meriterebbe un’indagine di Mulder e Scully) e Galloway con Kuksiks, due tiratori con un altro tiratore, ci fa davvero interrogare sulle effettive capacità di leggere quanto accade dal punto di vista tecnico in casa Varese.

L’Openjobmetis era ad inizio campionato una squadra che attaccava male e difendeva peggio per difetti strutturali. Alle porte di marzo, nulla o poco sembra essere cambiato. I lombardi hanno toppato sul mercato e nel comprendere il materiale a propria disposizione. Il lavoro in palestra guidato da coach Moretti e dal suo staff non ha prodotto sensibili passi in avanti, probabilmente perché male indirizzato. Altrimenti Shepherd non sarebbe partito per Pesaro dove, nonostante i limiti di un talento che non lo porterà mai ad essere un fenomeno, ha trovato una propria dimensione ed è stato messo nelle condizioni di poter dare una mano. L’arrivo di Wright e la presenza di Kangur aiuteranno di certo per giungere quantomeno ad una salvezza che, sebbene troppo tribolata per quello che è il contesto generale della Serie A, non è mai da disprezzare o sottovalutare. E mentre Arrigoni ormai è stato, di fatto, già esautorato dai suoi compiti con Coldebella e Vescovi pronti a sostituirlo nella prossima stagione, Moretti dovrà attendere qualche mese per conoscere il suo destino, indissolubilmente legato a quanto fatto fino ad ora e quanto accadrà nelle prossime giornate.