Ricomincio da Capo (d’Orlando): la missione di Jonny Flynn

A soli 25 anni, Jonny Flynn si trova a dover raddrizzare la sua carriera. Che finora è stata alquanto sfortunata ed ingenerosa con lui, che ha scelto la Serie A, e più precisamente Capo d’Orlando per provare a dimostrare di poter ancora riconquistare la fama di playmaker con la dinamite nelle gambe. Nel corso degli ultimi anni il nome di Flynn è mano a mano uscito dai radar degli scout della NBA, lega in cui era approdato nel 2009 con la sesta chiamata assoluta del Draft da parte dei Timberwolves, che lo preferirono a Steph Curry per guidare la squadra, in attesa che Ricky Rubio si decidesse a lasciare la Spagna ed a volare oltreoceano.

Stiamo parlando di un giocatore che, per quanto sia sottodimensionato per il target della NBA, lasciava ben sperare per via dei suoi trascorsi a Syracuse, dove era emerso per il coraggio e le doti di leadership, oltre che per quelle atletiche e tecniche, meritandosi la copertina di Sport Illustrated. Dopo soli due anni al college, Flynn ha deciso di fare il salto al piano di sopra e la sua campagna da rookie sembrava promettere piuttosto bene: ha giocato ben 81 partite da titolare e lo ha fatto con numeri di assoluto rispetto (13.5 punti, 4.4 assist e 2.4 rimbalzi di media), che gli sono valsi la nomina nel secondo miglior quintetto di matricole della lega.

Nell’estate del 2010, però, tutto è iniziato ad andare per il verso sbagliato: è finito per la prima volta sotto i ferri, e di ciò ne ha risentito molto nella stagione successiva, con le sue statistiche che sono crollate, in particolare quelle al tiro (36.5% da due e 31.0% da tre), a testimonianza del fatto che con i primi infortuni Jonny ha perso efficacia nell’attaccare in ferro e non è riuscito a costruirsi un solido tiro da oltre l’arco per rimediare. In più, ha iniziato a fare anche molta fatica nel guidare l’attacco e così nella stagione seguente (2011-12) ha girato tra Houston e Portland senza successo, ha provato a ripartire prima da Detroit e poi da Indiana e Los Angeles, ma anche in questi casi non c’è stato nulla da fare, e così Jonny è stato costretto a percorrere la via d’uscita dalla NBA. Nella passata annata ha provato a rilanciarsi nella CBA, lega tanto cara a molti veterani o giocatori in cerca di riscatto, ma un altro infortunio lo ha messo fuori gioco.

E arriviamo così ai giorni nostri, con Flynn che ha scelto di ripartire da Capo d’Orlando, nella speranza che un ruolo da leader possa aiutarlo a ritrovare se stesso. Anche perché clinicamente è guarito e l’anca non sembra più dare problemi, ma oltreoceano sostengono che, nonostante sia ancora molto giovane, difficilmente riuscirà a ritrovare quella rapidità e quell’esplosività che gli hanno permesso di avere un’ottima carriera collegiale ed un incoraggiante primo anno nella NBA. Magari l’esperienza italiana sarà anche un modo per migliorare le sue lacune tecniche al tiro, ma soprattutto per crescere mentalmente, prendendo confidenza con uno stile di gioco e di vita completamente diverso a quello a cui è abituato.

Personalmente, ho avuto l’occasione di vederlo giocare per la prima volta con l’Orlandina al PalaDelMauro, in occasione del Trofeo Vito Lepore. Nonostante la sconfitta per 83-69 contro i padroni di casa della Sidigas Avellino, i siciliani hanno colto indicazioni incoraggianti da diversi giocatori, tra cui Flynn. Il quale ha retto senza problemi 31 minuti in campo ed ha fatto brillare gli occhi ai presenti con un paio di giocate da NBA, con alcune di quelle sue accelerazioni che avevano fatto innamorare molti appassionati e addetti ai lavori americani. Pur non tirando con percentuali altissime (45% dal campo, 4/8 da due e 1/3 da tre), Jonny si è anche ben disimpegnato in cabina di regia (5 assist). Per il futuro ovviamente andrà limato il dato delle palle perse (4), ma per essere pre-campionato i segnali sono molto positivi. Perché al di là delle giocate, si è visto un ragazzo che ha voglia di fare bene e soprattutto di tornare a sorridere con la pallacanestro. Le premesse sono buone, se Flynn dovesse ritrovare se stesso, a Capo d’Orlando ci sarà da divertirsi.