“White man can win”: il miracolo casertano destinato alla storia del basket italiano

Chi ha seguito il campionato italiano nelle ultime stagioni, si è reso conto che nel nostro basket sul talento prevale sempre più la motivazione, il sudore, il cuore. Tutti elementi riscontrabili nella Juve dei miracoli. Quest’anno all’ombra del PalaMaggiò stiamo assistendo a cose incredibili, quanto emozionanti: Caserta, una delle piazze più belle ed importanti della pallacanestro nostrana, in estate è stata travolta dalla crisi, riuscendo ad iscriversi alla Serie A per il rotto della cuffia e costruendo un roster con un budget bassissimo. Chi ha avuto la possibilità di seguire il pre-campionato di questa squadra, ha subito pensato che fosse la candidata n.1 per la retrocessione.

Ed invece, dopo un avvio non facile per via delle vicende legate ai due americani, Eric Chatfield e Nic Wise, tagliati uno dopo l’altro, i bianconeri hanno spiccato il volo: probabilmente la svolta c’è stata il 25 novembre, quando alla nona giornata la truppa di coach Sacripanti è andata a vincere a Pesaro un fondamentale scontro diretto per la salvezza. Da quel momento in poi, Caserta si è levata tante soddisfazioni: innanzitutto ha sfatato il tabù PalaDelMauro, compiendo una pazzesca rimonta dal -17 e facendo sprofondare nella depressione i cugini di Avellino, poi battendo in casa squadre di alta classifica come Cantù, Sassari e Siena.

Ma è nelle ultime tre giornate che la Juve ha compiuto un vero e proprio capolavoro, destinato ad entrare nella storia del nostro basket. Mentre fuori dal campo scoppia il caos per via della fuga di Galimberti, presentatosi come salvatore della patria e sparito al momento di versare le sue quote nelle casse della società, la squadra in campo continua a combattere al massimo delle sue possibilità, espugnando il Pianella contro una Cantù in piena crisi grazie ad un tiro libero di Domenico Marzaioli, eroe per una sera. Passa un’altra settimana ed ai grossi problemi economici si aggiunge la scomparsa di Jeleel Akindele: il nigeriano dopo la trasferta brianzola non si è più visto né sentito, lasciando i bianconeri senza il loro fulcro del gioco offensivo.

Contro Brindisi e Venezia la Juve è costretta a giocare con il solo Andrea Michelori come centro di ruolo, ma soprattutto schiera esclusivamente giocatori bianchi, 6 italiani, di cui 2 giovanissimi, 1 greco scaricato da Avellino, 1 lituano e 1 serbo praticamente sconosciuti: da qui nasce lo slogan “White man can win”, perché in una Serie A in cui a farla da padrone sono i coloured statunitensi, il miracolo casertano si basa su giocatori bianchi e quasi tutti italiani. I bianconeri al PalaMaggiò divorano i pugliesi, che giocano senza cattiveria agonistica e motivazioni, e iniziano a sognare i playoff, distanti 4 punti. Ed ecco che arriviamo all’ultima impresa in ordine di tempo, ma forse una delle più belle: in casa di una Venezia lanciatissima verso l’ottavo posto, la Juve gioca senza paura e conduce la partita dall’inizio alla fine, resistendo agli assalti finali degli avversari.

E così Caserta si trova a soli due punti dai playoff: il calendario è durissimo, perché è attesa da Avellino, Sassari e Reggio Emilia, ma per questa squadra nulla è impossibile. Sopratutto il raggiungimento della post-season sarebbe il giusto riconoscimento ad una stagione di grandi sacrifici fatti innanzitutto da Pino Sacripanti, senza ombra di dubbio coach dell’anno, che ha saputo costruire un gruppo di veri uomini, a cui ha fatto capire che il basket non è solo tecnica o tattica, ma è anche e soprattutto giocare di squadra, sbucciarsi le ginocchia su ogni possesso, fare di necessità virtù per continuare a far sognare una città intera. I sorrisi e le lacrime di gioia dei supporters bianconeri probabilmente sono il riconoscimento più grande di questa grande squadra dal cuore immenso.

FOTO: Gennaro Buco/juvecaserta.it