Serie A

Odio il Lunedì e questo particolarmente

7.30 A.M. – Come ogni lunedì suona la sveglia. Mi contorco nel tepore delle mie coperte, maledicendo quel suono molesto che rimbomba nel silenzio e cercando a tentoni il cellulare ai piedi del letto. Schiaccio a caso una parte dello schermo, nella speranza che finisca al più presto. Torna il silenzio e cominciano i dilemmi del lunedì mattina: devo svegliarmi, è iniziata una nuova settimana. Così raccolgo le mie forze e con gli occhi ancora semichiusi ed appannati sblocco il cellulare, disattivo la sveglia e faccio la prima immersione quotidiana nel mondo dei social. Il lunedì è sempre ricco di news: c’è stato il campionato di calcio, ci sono i commenti dei giornali, c’è stata la giornata di serie A, c’è la NBA. E poi chissà, magari c’è la donna della mia vita che in una notte insonne ha deciso di mettere un like o rilasciare un commento sul mio profilo. Vane illusioni. Insomma premo l’icona blu con la “F” bianca, desiderando ancora dieci minuti di sonno, ma sperando che ci sia qualcosa di buono nel mondo che mi circonda.

7.32 A.M. – Prima notizia in bacheca: una foto, in bianco e nero. Un volto scuro, desolante. Sopra la foto qualche riga in inglese. Apro bene la mente, mi sveglio, perché sebbene non abbia ancora capito di chi e cosa si stia parlando ho il presentimento che sia qualcosa di importante. Un attimo di panico, no… Non può essere vero.
L’uomo nella foto non è uno qualunque, è Kobe Bryant. Ed il post non è un post qualsiasi. No, non è la solita gogna mediatica per una nuova serata da percentuali pessime. Non è nemmeno un post celebrativo, magari per un improvvisa resurrezione del Mamba. No, non è niente di tutto ciò. Kobe Bryant ha annunciato il suo ritiro al termine della stagione. Lo so, lo so benissimo e perdonatemi la perifrasi che segue: sarà una settimana di merda.

7.40 A.M. – Sto fissando ancora il cellulare nell’oscurità. Sto cercando di leggere le righe scritte sopra la foto. Non sono una cima in inglese, figurarsi alle sette del mattino ed ancora perso nel mondo dei sogni. Eppure sembra tutto così chiaro.
“I knew one thing is real: I fell in love with you.”
Gli occhi non sono più dormienti, ma, per altri motivi, non smettono di essere appannati.
“I never saw the end of the tunnel. I only saw myself runnig out of one.”
No, è un fake. È una notizia falsa, è una presa in giro. Eppure gli occhi non smettono ti tremare, la bocca si storce un poco e dentro di me maledico ancor più forte il momento in cui mi son svegliato.
“My heart can take the pounding, my mind can hadle the grind, brut my body knows it’s time to say goodbye.”
Queste non sono parole, sono qualcosa di più. Studio Lettere, mi piace dir che mi intenda di poesia, allora lasciatemelo dire: questa è poesia. Perché non servono rime, non servono strofe o versi o endecasillabi sciolti o tutte le menate che ti insegnano e ti obbligano a sapere. Per far poesia serve parlare con il cuore. E qui si sente ogni battito, ogni pulsazione di sangue dello stesso cuore che da vent’anni batte sui parquet di tutta America. L’ha detto così, l’ha lasciato dire alla carta ed all’inchiostro, in una lettera per tutti i presenti allo Staples stanotte e non solo, una lettera per il mondo della pallacanestro. Per un momento mi è sembrato di leggere il messaggio di un caro amico, di un compagno di squadra. Per un attimo ho avuto l’istinto di aprire Whatsapp, cercare tra i contatti “Kobe” e mandargli un messaggio di risposta. Perché questo è stato, uno che per anni ho venerato come una divinità, per un momento e nel momento peggiore, ha deciso di scendere al livello dei mortali e parlare con la loro stessa voce.

Non voglio perdermi nei ricordi, nel rimembrare le sue gesta come un eroe del passato. Perché che diamine, da qui a maggio c’è ancora tempo. Kobe non è passato. Eppure è una fine inevitabile, è una conseguenza certa, ormai dichiarata. Ne avevi il presentimento, ma non credevi che potesse davvero succedere. Te lo aspettavi, perché sai che uno dei più grandi di sempre non avrebbe retto un’altra stagione come quella che ha iniziato. Non è ragione di vittorie o sconfitte. Non è questione di motivazioni, perché ha trenta milioni di motivazioni per poter continuare. È solamente la consapevolezza di non poter più essere ciò che ti ha reso così grande, è il tormento di voler far qualcosa che hai sempre fatto, ma che non ti riesce più con la stessa perfezione.

Ti ho amato, non credo si possa più nascondere dopo queste parole. Ti ho amato come si ama una donna, una donna che però sai essere amata da tanti altri, ma te ne freghi. Non si può essere gelosi, non di una così, è talmente perfetta. Ti ho amato e ti amo tutt’ora. Amo lo sguardo che fai quando c’è qualcosa che non va dalla parte che vorresti. Amo la tua capacità di assumerti le responsabilità anche quando tutti gli altri hanno mollato. E poi per dio, amo la naturalezza con cui fai volare quel pallone dentro al canestro. Già un amore non è per sempre. Si diventa grandi e purtroppo ci sono alcuni attriti che ti fan dire basta. Ti chiedo scusa se ogni tanto mi son lasciato tentare da qualche scappatella, con quelli più giovani, ma lo sai benissimo anche tu, quello non era amore. Ti chiedo scusa se ogni tanto non ho avuto massima fiducia in te. Scusa se ogni tanto ho peccato, ma stai pur certo che come mi hai fatto godere tu, non lo ha mai fatto nessuno. Ora però, il momento è arrivato. È arrivato il momento di riscuotere veramente. È arrivato il momento in cui anche tu inizi a ricevere, con questo ultimo giro di valzer, una piccola parte delle emozioni che per anni mi hai (e ci hai) regalato.
Grazie Kobe.