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Quei bravi ragazzi – Il falso mito della pigrizia: Joe Barry Carroll

Per qualsiasi tifoso dell’Olimpia Milano, attempato o giovanotto che sia, la storia di Joe Barry Carroll dovrebbe essere un must da leggere, per rivalutare soprattutto la carriera NBA di un giocatore che, all’ombra della Madunina, ha infranto molti cuori. Partiamo dal presupposto che, per rendere il giusto onore alla carriera di Carroll, bisogna innanzitutto considerare i centri (suoi pari-ruolo) contro cui dovette battagliare nella sua pluriennale esperienza in NBA: giocatori del calibro di Hakeem “The Dream” Olajuwon (sebbene alle prime annate nel professionismo), Moses Malone, Robert Parish (4 volte campione NBA e 9 volte All-Star) e un certo Kareem Abdul-Jabbar (miglior marcatore all-time, 6 volte campione NBA, 6 volte MVP e 2 volte MVP delle Finals). Insomma, la categoria non era proprio ai livelli di oggi, anzi: il livello di quella pallacanestro fu uno dei più alti nella storia della NBA, considerando che Carroll giocò dalla stagione ’80/’81 al ’90/’91, cambiando ben 5 franchigie (Golden State, Houston, New Jersey, Denver e Phoenix). Inoltre, è stato definito come un giocatore svogliato e poco “ispirato”, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Joe Barely Cares” (tradotto, Joe se ne preoccupa a mala pena o, se preferite, a Joe gliene frega poco); un soprannome che gli fu affibbiato da addetti ai lavori, giornalisti e perfino qualche collega, poiché vedevano in lui un atleta apparentemente indifferente al gioco.

E questo, se sei stato una prima scelta assoluta, è un peccato alquanto capitale. Già, perché la storia di Joe passa anche dal Draft del 1980, in cui i Golden State Warriors lo selezionarono alla 1° scelta assoluta; eppure, quella prima scelta apparteneva inizialmente ai Boston Celtics, che avrebbero voluto utilizzarla per draftare Kevin McHale, prodotto di Minnesota University, di cui aveva scritto pagine importanti (e di cui sarà anche proclamato come uno dei migliori giocatori all-time). La sera prima del Draft, l’agente di Carroll, Bob Woolf, entrò nella camera di hotel in cui soggiornava e cambiò drasticamente le prospettive del protagonista del nostro racconto: Woolf disse che i Celtics avevano spedito ai Warriors due loro scelte, tra cui la prima assoluta (e la 13°), in cambio del contratto del Robert Parish e della 3° scelta assoluta, e che la franchigia di Oakland aveva tutta l’intenzione di usare la 1° scelta per draftare proprio Joe. La realtà dei fatti diede ragione al suo agente, e Carroll fu scelto alla 1° chiamata assoluta del Draft 1980, sebbene le decisioni prese dai Warriors furono fortemente criticate, considerando che la 3° scelta data ai Celtics sarà usata per draftare proprio McHale che, con Parish e Bird, comporrà uno dei migliori frontcourt della storia NBA.

Nonostante le critiche alle mosse della sua franchigia, nell’anno da rookie Carroll viaggiò a 18.9 punti, 9.3 rimbalzi e 1.5 stoppate di media (in 80 partite giocate), venendo inserito nel 1° quintetto delle matricole e imponendosi subito come uno dei centri più tecnici e dotati dell’intera Lega. L’esperienza con i Warriors arrivò a un punto di svolta nel 1984, anno in cui Carroll forzò la mano per andare a giocare a Milano, dopo qualche scaramuccia contrattuale con la sua franchigia. Era chiaro che un giocatore del suo calibro non sarebbe rimasto in Italia per più di una stagione e che la scelta di approdare all’Olimpia Milano fosse uno smacco nei confronti della sua ex dirigenza, ma nel capoluogo lombardo, Joe dimostrò di avere una cattiveria agonistica che mai aveva palesato fino a quel momento. Coach Peterson, nel dicembre ’84, rinunciò a Wally Walker per firmare Carroll, tenendo in squadra un giovane Russ Schoene per completare la coppia di statunitensi, permessa dai regolamenti dell’epoca: la scelta del “nano di ghiaccio” si rivelò vincente, poiché Carroll entrò subito in sintonia con l’ambiente e permise a Milano di approntare una soluzione tecnico-tattica praticamente indifendibile, giocando contemporaneamente con due centri (Carroll e Dino Meneghin). Con l’arrivo di Carroll, l’Olimpia vinse lo Scudetto, vendicando la precedente stagione (in cui fu sconfitta dalla Virtus Bologna, con l’episodio dell’espulsione e conseguente squalifica di più giornate per Dino Meneghin durante gara-3), e si aggiudicò anche la Coppa Korac contro Varese (in cui giocava anche un certo Romeo Sacchetti), grazie ai 33 punti di Schoene e ai 23 di Premier.

L’esperienza di Joe a Milano, come da pronostico, si chiuse praticamente dopo mezza stagione, ma all’ombra del Duomo il centro riuscì a trovare una dimensione atletico-spirituale, che gli permise di rendere a livelli mai più raggiunti, per intensità, cattiveria agonistica e dedizione alla causa. Ritornerà in NBA, per disputare altre 6 stagioni e chiudere la carriera professionistica a stelle e strisce con medie degne del massimo rispetto: 17.7 punti, 7.7 rimbalzi, 1.8 assist e 1.6 stoppate di media, in circa 32.4 minuti giocati mediamente. L’unico rimpianto, condiviso da tutti i tifosi milanesi, sarà quello di non averlo visto giocare in Coppa Campioni, poiché, se avesse potuto/voluto, probabilmente l’Olimpia non avrebbe dovuto attendere fino alla stagione ’86/’87 per tornare sul trono d’Europa. Ah, tra le altre cose, oggi è anche il compleanno di Joe Barry Carroll: quale modo migliore di festeggiarlo, se non quello di dedicargli una puntata de “Quei bravi ragazzi”?

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