Basket Europeo Serie A

Quelle brevi scuse dovute ad Andrea Cinciarini

Andrea Cinciarini (EA7 Emporio Armani Milano) durante la finale della BEKO Final Eight 2016 fra EA7 Emporio Armani Milano e Sidigas Avellino.

Basket - Milano 21/02/2016 - Stefano Gariboldi/Newphotopress © All Rights Reserved
Andrea Cinciarini (EA7 Emporio Armani Milano) durante la finale della BEKO Final Eight 2016 fra EA7 Emporio Armani Milano e Sidigas Avellino. Basket - Milano 21/02/2016 - Stefano Gariboldi/Newphotopress © All Rights Reserved

Cos’è, in fondo, la pallacanestro? Premesso che non è semplicemente uno sport, cos’è? Una sensazione? Uno stato d’animo? Un modo di essere? Probabilmente è quella trama che ti porta ad arrivare a Milano con una valigia colma di pressione, dopo uno Scudetto perso poco tempo prima ed essendoti attirato l’antipatia di qualche tuo ex tifoso. Probabilmente è quel viaggio che ti conduce in una città bramosa di trofei e gloria, ma al tempo stesso capace di distruggerti mentalmente e fisicamente. Una città che sa dare tanto, ma che al contempo ti logora dentro con la sua velocità, la sua voglia di arrivare, di innalzarsi verso il cielo con grattacieli sempre più estremi, di essere regina della notte con cocktail sempre più ricercati.

Dai cocktail, forse, potrei partire per scusarmi con Andrea Cinciarini. Un ottimo gin tonic è fatto da 4/10 di Gin Hendrick’s, 6/10 di tonica (su questo non mi esprimo, anche se personalmente apprezzo molto la Lurisia) e una fettina di cetriolo. Sì, avete letto bene: una fettina di cetriolo. Considerazione tanto personale quanto opinabile,ma questo per me è “il” gin tonic. Non servono fronzoli come la scorza di limone arricciata per rendere più appetibile la presentazione o le varianti con pepe e pompelmo, che se provaste a servirle nei peggiori pub di Liverpool capireste da soli il perché siano elementi superflui. Se il concetto chiave è quello della necessaria assenza di fronzoli ed eccessi, Cinciarini è un ottimo playmaker, se non altro per la rinascita vissuta nelle Final Eight di Coppa Italia e per quanto ci aveva fatto vedere prima di questa metà di stagione all’ombra del Dom. Ovviamente ci si aspetta una rinascita anche a livello europeo, perché Milano ha bisogno anche del miglior Cinciarini per andare avanti in un tabellone di Eurocup che molti leggono come semplice ma che semplice proprio non lo è.

Tornando alla similitudine con l’ottimo gin tonic, Cinciarini è un ottimo playmaker perché fa tutto senza fronzoli di sorta: prende i tiri che sa di avere nelle proprie corde, con un evoluzione nella selezione delle triple che ha trovato uno snodo necessario in estate, poiché le percentuali in carriera in Serie A non danno l’immagine di un grandissimo tiratore da 3 punti, mentre tra Coppa Italia ed Eurocup ha più volte dimostrato di essere affidabile anche dalla lunga distanza. Fa girare bene la squadra e, per esaminare questa situazione, non ci si faccia ingannare dal numero di assist, scesi dai 6.4 dello scorso Campionato agli attuali 2.3, poiché non è l’unico a portar palla e iniziare l’azione, dovendo dividere i possessi con Gentile, Simon, Lafayette e ora con Kalnietis (mentre a Reggio Emilia la situazione era completamente diversa). Realizza i canestri che contano, siano essi utili a spezzare il ritmo degli avversari oppure a mettere la pietra tombale sulle velleità di rimonta. E, soprattutto, ha la capacità di far infiammare tutto un pubblico che ultimamente sembrava essere così provato dalle delusioni sportive da non riuscire più a sostenere con costanza i propri beniamini; merce rara, peraltro condivisa con Milan Macvan, ma importante nell’economia di una stagione da vivere su più competizioni.

Per questi motivi, essendo certo che solo gli stolti non fanno ammenda quando si rendono conto di aver sbagliato, devo a Cinciarini delle scuse “sportive” per averlo eccessivamente messo alla berlina dopo partite non certo esaltanti; perché in fin dei conti che diritto avevo di sparare quasi a zero su un giocatore? Probabilmente nessuno, ma la velocità milanese e l’incessante voglia di rivedere qualche trofeo alzato da Armani mi hanno portato a un’irrazionalità nelle considerazioni che, inevitabilmente, è sfociata in demistificazione della realtà oggettiva. Non staremo parlando di Steve Nash, ma non è nemmeno corretto sentenziare su un giocatore dopo 2/3 mesi dal suo arrivo in un contesto che, per ambizioni e pressioni, è ben diverso da quello emiliano (e non si offenda nessuno nel leggere una tale considerazione); anche perché vedere le sue varie esultanze nella kermesse delle F8 ha ravvivato in me un entusiasmo che, a Milano, non avvertivo da anni. Basta questo per dare la grandezza di un giocatore e di un uomo: basta la capacità di riportare entusiasmo in un ambiente che cercava idoli in cui immedesimarsi per rivivere i gloriosi fasti della propria storia sportiva. E la foto rende bene l’idea, come a dire “è qui che mi metto in gioco ma soprattutto sarà qui che vincerò”.

Il tutto, con la consapevolezza che non è mai troppo tardi per chiedere scusa, nello sport così come nella vita.