Serie A

Retrocessi a chi?

Credit to: www.orlandinabasket.it
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Non sarà paragonabile alla stagione da record di Steph Curry e dei suoi Warriors o, cambiando per un attimo disciplina, alla cavalcata del Leicester in Premier League, ma nel suo piccolo un miracolo sportivo senza pretese lo sta compiendo anche Capo d’Orlando. Con la vittoria ottenuta ieri contro Caserta, i siciliani hanno aumentato, e non di poco, le proprie chance di salvezza, piazzando il quarto successo nelle ultime cinque uscite in campionato e portandosi a quota sedici punti in classifica, quattro in più di Torino che, dopo aver perso all’andata, fra due giornate sarà ospite della Betaland in un turno a dir poco incandescente.

Queste sono righe di approfondimento sull’annata dei biancoazzurri, ma anche di scuse. Chi vi scrive, dopo aver visto in un paio di occasioni dal vivo, nel corso del precampionato, l’armata siciliana, non le aveva dato quasi nessuna possibilità di giocarsi la salvezza. Il mea culpa è obbligatorio, anche se le undici sconfitte su dodici partite arrivate tra la quinta giornata del girone d’andata e la prima del girone di ritorno non sembravano suggerire un esito diverso. Quella Betaland, però, non poteva contare sull’apporto di Ryan Boatright, 23.5 punti di media (54.8% da due, 42.5% da oltre l’arco) in quattro uscite italiane, compresi i due canestri decisivi contro Varese e Caserta. Uno destinato a dire la sua su ben altri palcoscenici, probabilmente.

Il cammino dell’Orlandina è sorprendente perché sono ben otto i giocatori nati dopo il 1995 che hanno messo piede in campo per gli isolani e quattro quelli venuti al mondo prima del 1982. Segno di un roster costruito con il budget ampiamente più basso della Serie A. Nulla a che vedere, per esempio, con la Manital che ha totalmente rivoluzionato la propria squadra con acquisti di peso (almeno dal punto di vista economico). Capo d’Orlando sta percorrendo il solco creato nelle due stagioni precedenti da Pesaro, salvatasi per il rotto della cuffia, e contro ogni pronostico grazie anche agli sbagli delle altre. Perché il massimo campionato italiano ci ha ormai insegnato che a salvarsi è chi, alla fine, ha compiuto meno errori e non il roster con più talento, almeno sulla carta.

Come il Leicester di Ranieri, la Betaland è una squadra che sa attendere il proprio momento, cinica, capace di sfruttare le debolezze avversarie e di punire gli errori delle dirette concorrenti. Capo d’Orlando è una squadra onesta, che aveva messo in conto fin dall’estate la possibilità di poter retrocedere, senza paura e senza fare il passo più lungo della gamba. Una squadra che ha trovato in Boatright l’uomo capace di donarle una marcia in più e che ha costruito un gruppo coeso, fatto di ex fenomeni (Ilievski, Jasaitis, Basile, Nicevic), giovani di belle (più o meno) speranze (Laquintana, Perl, Stojanovic) e giocatori nella media che svolgono il proprio compitino senza infamia e senza lode (Oriakhi, Bowers). Altra prova di quanto il lavoro in palestra, un collettivo solido e un obiettivo ben chiaro possano fare la differenza, più delle spese folli fatte in preda alla paura.