Serie A Storie di pallacanestro

Sulle montagne russe… una stagione con la Pallacanestro Cantù per My-Basket.it

Metta World Peace (foto Alessandro Vezzoli)

Cari lettori di My-Basket.it,

Approfitto delle pagine che da un anno a questa parte ospitano i miei Old Timers e le mie valutazioni su Cantù per presentarvi un lavoro durato un anno e mezzo in cui ho seguito la Pallacanestro Cantù durante la stagione 2015-16 da dietro le quinte ed a contatto diretto coi protagonisti. Nella volontà di portare, per la prima volta in Italia, la metodologia del giornalista del Washington Post John Feinstein, ovvero seguire da vicino (anzi vicinissimo) una stagione a caso di una squadra o di un atleta professionista, ho seguito da insider la realtà brianzola, quella che conosco meglio. Il Fato ha poi voluto che si trattasse della stagione dell’esplosivo arrivo di Dmitry Gerasimenko in un apoteosi di colpi di scena e sorprese. Posso dirmi fortunato.

Il libro “Sulle montagne russe – Una stagione con la Pallacanestro Cantù” è disponibile in versione digitale su tutte le principali librerie digitali come Kindle Store, Kobo, iTunes Books o Google Books mentre la versione è cartacea è acquistabile solamente su Amazon.it con spedizione a domicilio mentre non lo troverete nelle librerie tradizionali.

Sperando di farvi cosa gradita vi “regalo” la lettura del prologo, dedicato al grande Metta World Peace, correlato dalle splendide foto di Alessandro Vezzoli che con i suoi ritratti fotografici ha arricchito il libro.

Enjoy… Carlo Perotti

                                                                                PROLOGO

Venezia-Taliercio, 27-05-15

Metta World Peace (foto Alessandro Vezzoli)
Metta World Peace (foto Alessandro Vezzoli)

Darius Johnson-Odom corre verso il canestro. Mancano poco meno di quattro minuti e Cantù insegue di sei punti la Reyer Venezia, Jarrius Jackson lo manda verso la sua mano debole, la destra, ma DJO lo batte facilmente, cosicché la guardia veneziana è costretta a fermarlo con un fallo.

La combo guard canturina prosegue però la sua corsa, nonostante il fischio dellarbitro, e si ferma contro lappuntito gomito di Ben Ortner. Johnson-Odom finisce per le terre a fondo campo, poi si alza seccato guardando laustriaco in cagnesco.

Non è stata una stagione facile per Cantù. Ma a guardare bene i risultati la si può reputare assolutamente sufficiente. Eccola sfidare la seconda della classe in una decisiva Gara 5 dei playoff dopo averla surclassata nelle due gare casalinghe giocate nel suo fortino sulla collina: il vetusto, magnetico, spaventoso, esaltante Pianella.

E pure in Eurocup l’Acqua Vitasnella era arrivata alla fase a eliminazione diretta, cosa che non capitava da lustri per l’ex regina delle coppe europee, lottando con vigore contro l’Unics Kazan di Keith Langford e Curtis Jerrells, gli eroi dello scudetto dell’odiata Milano di pochi mesi prima.

Ma è stata pure la stagione dei black-out improvvisi, dei momenti di smarrimento in campo tanto violenti e improvvisi che i giocatori canturini buttavano via il secchio con il latte come la famosa, e vegliarda, mucca di Aza Nikolic. Rotture prolungate in cui la squadra canturina si lanciava in brutture assortite quali palle perse in sequenza, passaggi telefonati, giocate in uno contro uno senza senso che partorivano un parziale grazie al quale gli avversari rientravano in partita o prendevano il largo per poi non tornare più.

Momenti in cui coach Stefano “Pino” Sacripanti si sforzava di non perdere il controllo e cercava di tenere in navigazione il natante. Lo stesso coach a un certo punto della stagione pareva aver deciso che questa squadra, così configurata senza un playmaker per ruolo o per mentalità, era disfunzionalmente predisposta a quelle sbandate e l’unica mossa poteva essere renderle meno letali andando invece a esaltare le doti atletiche e l’indubbia “voglia” di questi ragazzi. 

DJO, questo è lacronimo con cui è conosciuto nel mondo del basket Darius Johnson-Odom, non va oltre unocchiataccia al centro avversario colpevole del contatto a gioco fermo, ma il giovane capitano Abass Awudu Abass, comasco del Ghana, ha al contempo un battibecco con il grande ex Pietro Aradori; pure il preparatore atletico reyerino è in campo a portare il suo contributo alla causa, mentre Julyan Stone, esterno di Venezia con labitudine a parlare molto, ha anche lui qualcosa da dire.

Durante tutta la serie ha continuato a parlare in campo con gli avversari e verso le tribune con i tifosi. Ai propri tifosi ha dedicato gesti e parole che ne hanno fatto lidolo del Taliercio, ai tifosi avversari ha dedicato parole, in inglese ma ben identificabili, e gesti di internazionale rilevanza che ne hanno fatto un obbiettivo naturale degli strali dei canturini.

the Panda's Friend (foto Alessandro Vezzoli)
the Panda’s Friend (foto Alessandro Vezzoli)

Stavolta Stone ha qualcosa da dire a Metta World Peace, luomo conosciuto al mondo per The Malice at the Palacee uno dei più temuti “mothafuckersdel mondo del basket

Metta World Peace è stata la chiave di volta della stagione brianzola. Da mesi Pino Sacripanti aveva deciso di liberarsi di Damian Hollis; l’ala giunta da Biella con grandi referenze era stata una delusione totale: talentuoso ma molle, col tempo era sembrato sempre più disinteressato alle sorti della squadra. Il general manager Daniele Della Fiori aveva provato in ogni modo a transare il suo contratto, ma sbatteva regolarmente contro un muro. Se nessuno era disposto a farsene carico, l’agente del giocatore non sentiva ragioni: Hollis non si muoveva da Cantù. Sacripanti aveva provato ogni metodo per recuperarlo, con le buone o le cattive, ma lui continuava a recarsi al lavoro con sempre la stessa faccia. E la stessa passione.

Poi all’improvviso qualcosa si muove. Hollis ha un’offerta in Grecia dal Rethymno, una delle eccellenze del basket cretese: belle spiagge e vita rilassata, l’ideale per lui.

Prepara in fretta le valigie e lascia aperto un posto nel roster oltre a un piccolo gruzzoletto di quarantamila dollari che Della Fiori poteva girare sul sostituto, che poteva essere un’ala grande croata di discreta futuribilità da affiancare al connazionale Ivan Buva.

In quei giorni, alle Final Six di Legadue a Rimini, Della Fiori si incontrava con Federico Paci, che rappresentava per l’Italia Metta World Peace, l’ex campione NBA con i Los Angeles Lakers, che dopo una breve esperienza in Cina, dove aveva trovato l’ispirazione per cambiare il suo nome in The Panda’s Friend, cercava di rilanciare la sua carriera in Europa, con una misteriosa predilezione per l’Italia, forse memore dei racconti di Kobe Bryant.

L’agente si avvicina dunque al direttore sportivo canturino e gli propone il suo protetto. “Non possiamo permettercelopossiamo solo girargli lingaggio di Hollis gli risponde sapendo bene che MWP prendeva qualcosa come settecentomila dollaroni nel celeste impero. “Tu non ti preoccupare di questo… fateci unofferta e vediamo.

MWP (foto Alessandro Vezzoli)
MWP (foto Alessandro Vezzoli)

Ecco balenare nella mente del giovane general manager tutta una serie di variabili. World Peace. al secolo Ron Artest. ha una pessima fama, che nasce da un vasto catalogo di risse, scontri frontali con avversari e colpi proibiti profusi in quindici anni di NBA. Ma è anche un giocatore di un livello e di una fama come non si vedeva da anni in Italia. E in fondo si tratta di “sopportarlo e controllarlo” per un paio di mesi.

Hanno un colloquio telefonico in cui Artest si mostra interessato a classifica, prospettive playoff e ambiente più che al discorso economico. Della Fiori è definitivamente convinto, mentre World Peace cinguetta felice su Twitter “I Cantu”, giocando sull’assonanza con l’inglese “I can too”.

In pochi giorni si creava il delirio, il suo sbarco a Malpensa e la presentazione ufficiale nella sede della Ferrarelle era degno dell’arrivo di una star hollywoodiana ma presto il suo atteggiamento conquistava tutti: compagni, staff tecnico e dirigenziale, tifosi canturini e neutrali. Era MettaMania e Panda-monio.

Tutto il mondo parlava della piccola Cantù, ma c’erano anche dei playoff da conquistare.

Artest, anni trentasette, non era al top della forma, come è normale dopo qualche mese di stop, ma integro e con un fisico pazzesco, figlio di un’attenzione all’alimentazione quasi maniacale. L’Acqua Vitasnella, che era al momento del suo arrivo più fuori che dentro alla post-season, si trasforma e nella gara decisiva a Roma, dopo una vittoria epica al PalaDesio contro l’Olimpia Milano, World Peace trascina i suoi al settimo posto valido per i playoff con il suo top di punti (venticinque) e di tiri da tre (sei su sette).

 World Peace non apprezza le parole sibilline di Stone e accenna a rispondergli alla sua maniera. Il suo istinto, nato e sviluppato nel peggior quartiere del Bronx, gli dice di avventarsi sullavversario per una delle sue famose risse. I compagni lo tengono lontano da Stone, nei suoi occhi si vede chiaramente la voglia di vendetta scontrarsi con anni di psicoanalisi e di lavoro sui suoi istinti, che ne hanno fatto un uomo sempre sorridente e mansueto. Doctor Jekyll e Mister Hyde si scontrano in lui in quei brevi istanti. Poi prevale Jekyll e si dirige verso la panchina per il time-out chiamato da Sacripanti. Il clima del Taliercio è al limite dei livelli dei palazzetti serbi, per tutta Gara 5 lintimidazione e linsulto facile avevano predominato sullo spirito sportivo. Ma in questo momento caldo della partita la situazione si fa esplosiva. Sulla panchina canturina vola di tutto. Monetine e bottiglie piene dacqua in particolar modo. Una bottiglia ben indirizzata colpisce Ron Artest, proprio colui che per un bicchiere di birra lanciatogli addosso dalle tribune di Detroit cercò anni prima di distruggere il mondo intero. World Peace prende la bottiglietta in mano e qui le testimonianze divergono: secondo le fonti canturine il campione accenna a rilanciarla, secondo fonti veneziane la rispedisce al mittente. Questultima versione dovrebbe essere quella vera.

cover_sulle_montagne_russeLineffabile Paternicò, da anni un incubo per i tifosi brianzoli, opta pure lui per la seconda versione, con una scelta ligia al regolamento ma poco coerente con lo spirito del gioco e il momento della gara.

Quando i giocatori rientrano in campo dal time-out con una mossa teatrale espelle Metta World Peace. La mossa la deve ripetere due volte, perché nessuno ci vuole credere. Sacripanti esterrefatto lo prega di non rovinare in quel modo una partita decisiva per i playoff, ma larbitro che battezzò lesordio italiano di MWP con un fallo tecnico, basato pure lì più sulle intenzioni che sui fatti, dopo pochi secondi a Pistoia, non ne vuole sapere. Lasso americano lascia il campo stupefatto fra gli insulti dei tifosi avversari, e perplesso si reca negli spogliatoi.

Riassumendo: invece di quattro tiri liberi per il fallo su Johnson-Odom di Jackson e per lantisportivo di Ortner più palla in mano per un potenziale sorpasso brianzolo, la mossa di Paternicò regala due liberi a Cantù e tre liberi a Venezia, poiché lineffabile arbitro ha pure sanzionato un tecnico ad Abass, e palla alla Reyer, che dopo aver messo tutti i liberi a segno, la mette pure da tre e va sopra di dieci a tre minuti dal termine. Game Over.

Nellinferno veneziano si conclude così nel caos una stagione per Cantù già particolarmente caotica, e lestate si presenta come una stagione di profondi cambiamenti.

E quella che stava per arrivare sarebbe stata una delle stagioni più complesse di quella gloriosa neo-ottantenne chiamata Pallacanestro Cantù.